Fin dai primi decenni del secolo XII, nel difficile rapporto tra il vescovo e gli abitanti della Sambuca si era inserito il comune di Pistoia, per il quale le valli della Limentra, sul confine con Bologna, costituivano un territorio d'interesse strategico. Il comune, che in un primo tempo si era limitato a difendere i diritti feudali del vescovo, come già avevano fatto i tre Pistorienses di fronte al cardinale Bernardo, accentuò in seguito la sua presenza politica nel castello, alla quale si finì per attribuire in seguito un vero e proprio carattere istituzionale. Addirittura di un intervento militare nel 1127 si ha notizia da antichi storici pistoiesi, anche se della vicenda non è stata trovata conferma documentaria. In quell'anno - a quanto pare - gli uomini della Sambuca tramarono per consegnare il castello ai Bolognesi. Il tentativo falli per il diretto intervento del comune di Pistoia, che inviò propri soldati in difesa dei diritti del vescovo e punì i capi della congiura.

Fin dal XII secolo si realizzò, nella valle della Limentra occidentale, quello che è stato chiamato un «protettorato» del comune di Pistoia. In realtà il vescovo, per difendere il feudo della Sambuca, periodicamente investito da fermenti di ribellione, non poteva fare a meno della protezione armata del comune, il quale da parte sua aveva tutto l'interesse a mantenere e rafforzare la propria presenza in questi territori transappenninici, che già l'antica e consolidata tradizione attribuiva alla iudicaria pistoiese. Si determinò così di fatto l'estensione fino a questi territori del districtus comunale, tanto che in una rubrica degli statuti, redatta intorno al 1179, il confine settentrionale del territorio soggetto alle disposizioni podestarili è indicato «ad castrum Sambucam». Il feudo vescovile costituì quindi per Pistoia una sorta di testa di ponte che permise di allargare in seguito la zona d'influenza, soprattutto verso le contigue vallate della Limentra orientale. Su questo fronte l'azione del comune pistoiese si scontrò prima con gli interessi dei conti Alberti di Mangona, che già subivano la sua politica espansionistica in val di Bisenzio, e poi con Bologna.

In un primo tempo Pistoia adottò una politica di protezione ai piccoli signori locali, i quali forse preferivano avere a che fare con i magistrati pistoiesi, piuttosto che con i potenti conti Alberti. Un primo successo di questa politica si ebbe nel 1177, quando il signore di Bargi, Ciottolo, s'impegnò a consegnare «ai consoli della città di Pistoia il castello di Bargi», che avrebbe potuto essere utilizzato, in pace od in guerra, contro chiunque, promettendo anche di «non fare pace né tregua con il conte Alberto, né con qualunque altro nemico di Pistoia». Per dare un segno tangibile della presenza pistoiese all'interno del castello, lo steso Ciottolo donò alla canonica di San Zenone un piccolo appezzamento di terreno, di circa sette metri per dodici, forse per la costruzione di una chiesa.

Ancora più importante fu l'intesa del comune di Pistoia con i signori di Stagno, discendenti di quella famiglia che già nell'XI secolo aveva trovato un modus vivendi con il vescovo, signore della Sambuca. L'accordo fu certamente agevolato dalla comune dichiarata fedeltà all'impero. Il dominio dei signori di Stagno comprendeva anche i castelli di Torri e di Treppio, e quindi il loro territorio veniva ora a saldarsi con il feudo della Sambuca, consentendo a Pistoia di estendere il suo «protettorato» all'intero bacino delle tre Limentre. L'intesa deve essere avvenuta nell'ultimo quarto del secolo XII, come per Bargi; ma di essa si ha notizia solo da alcuni documenti del 1204-1205.

In quegli anni, infatti, i territori sotto la tutela pistoiese erano stati attaccati dai conti Guidi, che si erano alleati a Firenze ed a Bologna. Pistoia, allora, aveva cercato di rafforzare la sua presenza nei castelli di confine più esposti, affidandone la difesa ad un suo cittadino, Buonaccorso di Gerardo. Questi, nell'assumere l'impegno, sottoscrisse nell'ottobre del 1204 un formale atto di giuramento, redatto presso la chiesa di Stagno, per il quale «finché durerà questa guerra tra Pistoia, il conte Guido, Firenze e Bologna, s'impegnava a difendere e salvare i castelli di Stagno e di Torri, ad onore di Dio e dei signori di Stagno, che avevano garantito la loro fedeltà a Pistoia, ad onore degli abitanti del castello e ad onore della città di Pistoia». Il giorno seguente fu redatto un altro verbale di giuramento mediante il quale Ubertino, uno dei signori di Stagno, s'impegnava insieme ad altri a «non fare pace con i bolognesi per i prossimi due anni». Nel giugno dell'anno seguente anche gli uomini di Stagno giurarono di difendere il castello e di non far guerra a Pistoia. Infine un altro analogo giuramento di osservare «tutti i comandamenti che avrebbero fatto i consoli di Pistoia» fu prestato da un altro membro della famiglia dei signori di Stagno, Arrigo del fu Ubertino.

Nei territori transappenninici sotto il suo controllo, il comune di Pi stoia non si era limitato a pretendere la disponibilità dei castelli, ma aveva cercato d'interferire anche nei diritti e nei beni delle varie chiese parrocchiali che dipendevano dalle pievi bolognesi di Casio, Succida e Guzzano. La protesta del vescovo di Bologna, Gerardo, aveva innescato una vertenza con i consoli pistoiesi, risolta poi da un arbitrato di Guido, vescovo di Lucca. Nel lodo, pronunciato il 18 giugno 1200 alla presenza di numerosi testimoni, tra i quali anche Ubertino di Stagno, veniva intimato ai consoli di «non offendere le chiese dell'episcopato bolognese né i loro beni, né i loro chierici»


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