Ben diversa fu la sorte del feudo vescovile in val di Limentra. In questo caso l'interesse politico e strategico del territorio e della strada che lo attraversava, impose al vescovo di mantenere il diretto controllo dei beni che avevano il loro centro amministrativo nella curtis di Pavana. Il possesso doveva in origine estendersi all'intera vallata, ma nell'XI secolo l'alto bacino della Limentra fu ceduto aIl'hospitium di San Bartolomeo, sorto nella località che mantenne a lungo il nome di Praturn episcopi. Da allora il confine meridionale del feudo vescovile fu portato al rio Stabiazoni (nella zona dell'attuale San Pellegrino al Cassero), come è sicuramente documentato nel secolo XlII.

A parte le vaste praterie dell'alta valle, per il resto le terre vescovili della Limentra occidentale dovevano essere coperte per la maggior parte da boschi, con una popolazione abbastanza rarefatta, distribuita soprattutto nello stretto fondo valle ed in qualche zona più alta e ben assolata dove il terreno era stato disboscato per ricavarne qualche piccolo campo. L'attività prevalente di carattere boschivo-pastorale, integrata dalla caccia (all'orso ed al cinghiale), non poteva garantire un grande reddito alla curtis di Pavana; ma l'importanza del feudo, come già si è detto, derivava soprattutto dalla sua posizione, a confine tra la Tuscia e la Padània, e dalla strada che attraverso di esso collegava appunto le due regioni.

Nella prima metà del secolo XI anche in questa zona appenninica il fenomeno dell'incastellamento trova i primi riscontri documentari. Agli inizi del secolo, se non prima, era stato costruito un castello in località Canavo, all'estremità settentrionale della valle, nel territorio soggetto alla pieve di San Pietro di Succida. Non si conosce esattamente la posizione di questa località, della quale è scomparso anche il toponimo, ma che si trovava sicuramente su un'altura e forse in zona dominante rispetto alla strada. Nel 1026 uno dei consorti che avevano costruito, o che possedevano il castello, donò al «vescovado pistoiese di San Zeno» la quota di proprietà a lui spettante.

Nello stesso periodo anche i signori del castello di Stagno, fortificarono la loro curtis di Treppio, realizzando quel tipo di «castello curtense», assai frequente nel quadro dell'incastellamento della regione toscana. fl nuovo castello di Treppio, assai più vicino alla Limentra occidentale di quello di Stagno, divenne il punto di riferimento di tutte le vallate della Limentra, rispetto alle quali si trovava in posizione pressoché centrale. Agli occhi del vescovo la fortificazione del villaggio di Treppio deve essere apparsa come una diretta minaccia ai suoi diritti sul feudo, i cui abitanti - tra i quali non mancavano i Lambardi - avevano per tradizione e convenienza intensi rapporti con la stirpe dei nobili di Stagno, così come già si era verificato per le consorterie dell'alta Setta. Sorse quindi la necessità di costruire un castello vescovile a difesa del territorio e della strada, ma anche come segno tangibile dell'autorità del signore. Non poteva certo bastare a questo scopo il castello di Canavo, del quale il vescovo pistoiese possedeva solo una piccola quota di proprietà.

Non fu seguito in questo caso il modello curtense, per il quale si fortificava il villaggio nel quale era la curtis del signore. Infatti Pavana, sede della curtis vescovile, era in fondo alla stretta valle, in posizione assolutamente inadatta per un organismo fortificato. Fu scelto quindi un diverso sito, sopra un alto costone del versante di sinistra della Limentra, in posizione dominante su un buon tratto della vallata. Non ci sono elementi per stabilire se il luogo scelto fosse stato abitato anche in precedenza. Quello che è certo è che l'impianto del castello seguì una logica politica e militare, senza alcuna concessione all'organizzazione aziendale, il cui centro (la curtis) rimase anche in seguito a Pavana.

La penuria di documenti non ci permette di ricostruire le prime fasi della fondazione del castello, che non deve essere stata operazione priva di difficoltà e di resistenze, alimentate probabilmente dai signori di Stagno. Una conferma di questo stato di cose è fornita da una pergamena del luglio 1055, che appare un vero e proprio atto di tregua. Si tratta di una charta «presso la corte di Pavana nel castello di Sambuca, iudicaria Pistoiese», nella quale cinquantacinque abitanti della val di Limentra (forse i capifamiglia) s'impegnavano in modo solenne a rispettare, garantire e difendere i diritti del vescovo Martino e dei suoi successori sul castello della Sambuca. Se fu ritenuto necessario redigere un atto formale per garantire il rispetto dei sudditi al loro signore, è logico ritenere che in precedenza non dovevano essere mancati episodi di resistenza, se non di rivolta, come saranno sicuramente documentati alla fine dello stesso secolo. Ma altra notizia interessante fornita dalla stessa pergamena è quella relativa alla contestuale presenza di ben tre membri della famiglia dei signori di Stagno, i due fratelli Tegrimo ed Agichi, e Sigifredi figlio di quest'ultimo, i quali apposero i loro signa manuum in qualità di testimoni, garantendo con la loro autorità la promessa dei capifamiglia.

Dalla charta promissionis del 1055 non è del tutto chiaro se i capifamiglia fossero abitanti del castello o della vallata; ma sulla base di successive notizie, la prima ipotesi sembra la più attendibile. All'epoca il castello non era ancora ultimato, dato che nello stesso documento si fa cenno anche ad un ulteriore impegno per la sua costruzione; ma già dovevano essere incoraggiati nuovi insediamenti nel villaggio fortificato, che d'ora in poi rappresenterà una sorta di polo d'attrazione per la popolazione della vallata.


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