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 Castello di Sambuca

di Piero Balletti
in "Il Tremisse Pistoiese" n. 70, 1999

 

 

 

 

 

"... Si dee sapere, che i Romani chiamavano Sambuca un'alta, e gran macchina da loro usata per espugnare le Città fatta in guisa di un'alta torre, da cui scagliavano unitamente molti dardi, arieti e altre armi da lanciare, come bene lo dimostra Appiano Alessandrino nella Guerra Mitridatica ... Rimanendo situato il Castello di Sambuca in uno dei posti più forti di queste montagne Pistoiesi, ed in luogo inaccessibile, ed eminente con alte torri, e recinto di mura, ed in oltre sul passo di maggiore gelosia, e più facile a transitare nella Gallia Cisalpina in oggi Lombardia, è molto verosimile che nella estensione per questi monti della predetta Colonia Sillana fosse fabbricata la suddetta fortezza per la sicurezza di quel posto, e passo cotanto importante, e che ponessero quei coloni romani il nome di Sambuca, stante la similitudine, che teneva con l'accennata gran macchina militare

Così scriveva Domenico Cini nelle Osservazioni storiche sopra l'antico stato della Montagna Pistoiese, nell'anno 1737. Alcune di queste, peraltro interessanti, notizie ed interpretazioni del Cini non sono più ritenute accettabili dagli studiosi. In particolare la derivazione del toponimo dalla macchina guerresca romana e da qui, il passo è breve, l'origine romana del Castello. Sambuca è più modestamente, ma più probabilmente, un fitonimo, derivato dal Sambuco (Sambucus nigra) un arbusto delle Caprifoliacee, comune nei boschi e nelle radure della zona. Anche la data di costruzione del Castello va posticipata di circa un millennio rispetto all'ipotesi del Cini: fa testo una charta promissionis del luglio 1055. Il Castello fu costruito intorno a tale data dal vescovo di Pistoia Martino, con lo scopo di controllare e proteggere il suo feudo al confine con i territori bolognesi e di contrastare la potente signoria degli Stagnesi, che esercitava il suo dominio sulle vicine valli della Limentra Orientale e della Limentrella. Il Castello di Sambuca ed il territorio della Limentra Occidentale, formalmente di proprietà del Vescovo, divennero presto di fatto un protettorato del Comune di Pistoia che garantì loro la protezione armata.

L'espandersi dei pistoiesi provocò la reazione di Bologna, che peraltro mirava ad estendere la sua influenza fino al crinale spartiacque appenninico: la zona, per intenderci, del passo della Collina e di Pratum Episcopi (oggi Spedaletto). Le milizie dei due comuni si fronteggiarono nel periodo dal 1211 al 1219 nella zona a monte del Castello. Le ostilità ebbero fine con la pace di Viterbo del 1219: il confine fra i territori pistoiese e bolognese fu definito con una linea che da allora è rimasta invariata. Sambuca si organizzò come comune rurale e nel 1291 si diede uno Statuto, riformato poi nel 1340, che ha il primato di essere lo "statuto più antico del contado pistoiese".

Nel 1306 il Castello fu preso da Filippo Vergiolesi, capo della parte bianca pistoiese, che, scacciato dalla città, qui dimorò per cinque anni. Il Vergiolesi nel 1311 vendette il Castello alla città di Pistoia per 11.000 lire: il Comune cittadino mantenne da allora nel Castello una guarnigione ed un capitano. Ciò non impedì che la forte rocca fosse costretta ad aprire le sue porte a Castruccio nel 1325 ed a Giovanni Visconti signore di Bologna nel 1351. Con la pace di Sarzana, nel 1353, la Sambuca ritornava sotto la formale signoria del Vescovo. In seguito essa divenne una delle più importanti postazioni difensive pistoiesi e successivamente fiorentine; in epoca granducale fu annessa al Capitanato della Montagna.

Il Castello era posto lungo l'importante strada di attraversamento appenninico detta Via Francesca della Sambuca. Essa era una variante, un diverticolo, della Via Francigena, percorsa da pellegrini e mercanti che collegava Roma alla Francia ed a San Giacomo di Compostella.

Il documento più antico conosciuto, in cui la nostra Via è citata, è una lettera circolare di Migliore, maestro e rettore dello spedale di Pratum Episcopi, databile intorno al 1250.

Secondo Natale Rauty "è quasi certo che fino all'XI secolo la via, dopo aver superato il passo della Collina, proseguisse lungo lo spartiacque tra il Reno e la Limentra Occidentale, per tornare poi a valle nella zona di Sambuca e di Pàvana, lungo un tracciato in buona parte ancora esistente. A partire dall'XI secolo, quando nell'antico possesso vescovile dell'alta valle della Limentra, detto Pratum Episcopi, fu costruito l'ospizio che prese lo stesso nome (in località detta oggi Spedaletto), si cominciò a frequentare una strada di fondovalle, con attraversamento del torrente mediante guadi e qualche ponte".

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Questa via percorse Cino da Pistoia, giureconsulto e poeta stilnovista, per giungere a Sambuca ove trovò morta la sua donna, Selvaggia; ed i monti e le selve udirono la "voce di dolore" del Poeta:

Io fu' 'n su l'alto e 'n sul beato monte,
ch'i'adorai baciando il santo sasso,
e caddi 'n su quella pietra, di lasso,
ove l'onesta pose la sua fronte,

e ch'ella chiuse d'ogni vertù il fonte
quel giorno che di morte acerbo passo
fece la donna de lo mio cor, lasso,
già piena tutta di adornezze conte.

Quivi chiamai a questa guisa Amore:
- Dolce mio iddio, fa'che qui mi traggia
la morte a sé, ché qui giace 'l mio core -

Ma poi che non m'intese 'l mio signore
mi diparti', pur chiamando Selvaggia;
l'alpe passai con voce di dolore.

L'edizione critica del sonetto è a cura del
prof. Giancarlo Savino

Quel tratto della via compreso fra Pàvana e Sambuca è descritto dal cantautore Francesco Guccini, un poco ricorrendo alla sensibilità ed alla fantasia ed un poco con il soccorso del ricordo degli anni vissuti a Pàvana:"Da quel posto preciso cominciava quella via più antica, la mulattiera che va a Sambuca, che sarà stata percorsa oltre che da muli e da legne e da carichi, da preti e dame, da soldati e cavalli e lance, strepiti e voci, capitani e arcieri e balestrieri, lanzi e borgognoni, rimasti poi come famiglie. Solo cognomi, ombre, ricordi. Ci sarà passato anche Guittoncino dei Sinibuldi, o Sighibuldi, poeta e avvocato e inmorosato della sua Selvaggia morta con la peste del tre. E ora non ci si passa più, perché ogni inverno gli alberi cadono su altri alberi caduti prima, vecchiaia o gelicidi, franano i muretti e i fossi si spaccano, e le ragge abbracciano tutto, come per proteggere e nascondere".

Questo frammento dell'antica via di cui Guccini scrive che "non ci si passa più", recentemente è stato riaperto; gli alberi caduti sono stati rimossi e le "ragge" tagliate; i muretti a secco, a monte ed a valle della strada, sono stati ricostruiti nei punti in cui erano franati, i selciati sono stati riattati. Ed è stato strutturato come percorso didattico, denominato La Via Francesca della Sambuca nel tratto fra Pàvana ed il Castello di Sambuca.

Lungo tale itinerario sono stati posti cartelli che illustrano con sintetici testi le emergenze storiche, ambientali, naturalistiche, architettoniche che si possono osservare. Due pannelli illustrativi, uno all'inizio ed uno alla fine del percorso didattico, riportano la cartografia dell'area attraversata. Tale percorso è inserito nell'ambito dell'Ecomuseo della Montagna pistoiese, che nel Comune di Sambuca si caratterizza come Itinerario della pietra.

Il possente Castello della Sambuca, è situato ad una quota di 746 metri su uno sperone roccioso, sul versante sinistro della valle della Limentra Occidentale, in posizione che era ritenuta imprendibile. Vi sono ancora riconoscibili i vari ordini di mura: in alto si alza, ancora imponente, la Rocca con la torre pentagona tronca, "di che resta" - scriveva l'abate Tigri nel 1854 -"appena una terza parte". Il paese conserva l'originaria struttura medievale: le case sono disposte su file parallele e, volte al sole del mattino, dominano dall'alto la verde valle della Limentra. Sono per lo più a quattro piani; lo sviluppo in verticale degli edifici fu la risposta architettonica alla ristrettezza dello spazio all'interno della cinta muraria ed alla sensibile pendenza del suolo. Quest'ultima caratteristica ambientale permetteva di ricavare accessi ai piani superiori delle abitazioni.

La chiesa, dedicata a San Jacopo, trae origine da un rimaneggiamento settecentesco dell'originaria chiesetta castellana. Le sue strutture esterne sono state oggetto recentemente di opportune opere conservative; all'interno del tempio alcune tele, fra cui Il compianto sul Cristo morto di Pietro Marchesini (1692-1757), una copia della parte superiore di una pala di Guido Reni, sono state recentemente restaurate a cura della Soprintendenza per i beni artistici e storici di Firenze, Pistoia e Prato.

Nella parte bassa del paese una bella fontana in pietra: una lapide porta incisa una scritta, con la quale i paesani tramandarono ai posteri la loro risentita protesta contro il Comune, colpevole di essere stato restio a metter mano alla borsa:" ... I CASTELLANI DI SAMBUCA - ... - SUPPLENDO DEL PROPRIO - AL TENUE SOCCORSO DATO DAL COMUNE - ERIGEVANO - QUESTA FONTE - NEL OTTOBRE DELL'ANNO 1885".

Di fronte alla fontana un muretto oltre il quale strapiombano le pendici del colle: di fronte, al di là di una profonda forra, la serena visione del Convento di Santa Maria del Giglio, solitario asilo delle Suore Francescane dell'Addolorata. Il suo nucleo originario fu costruito nel 1722; divenne in seguito un conservatorio, cioè una istituzione educativa in cui si "tenevano in educazione fanciulle di buona famiglia in età prematrimoniale" e poi un orfanotrofio con annessa scuola elementare esterna. Attualmente è utilizzato come casa di riposo e centro per ritiri e convegni di carattere religioso e culturale. Nell'annessa chiesetta ottocentesca in stile neogotico è conservata una Madonna affrescata su pietra. Si tratta, secondo la tradizione, dell'antica immagine originariamente dipinta su roccia e contenuta in un rustico tabernacolo.

Il Castello, così come il Convento, è collegato con strada carrozzabile alla statale 'Porrettana' che si snoda nel fondovalle, ma è consigliabile giungervi a piedi partendo da Pàvana, percorrendo il percorso didattico di cui si è detto; oppure da Taviano salendo per una ripida ma suggestiva via selciata che sale al Convento e di qui al Castello, denominata Strada della Serra nei Catasti granducali.

Le zone circostanti il Castello sono completamente boscate: cedui, castagneti, impianti di conifere. Alcuni piccoli borghi occhieggiano fra il verde dei boschi: Casale, La Capanna, Casa Sedoni, Pratopiano, Le Casette, Casa Bettini. Si trovano nella zona che nella prima metà del Duecento fu teatro della Guerra della Sambuca. I paesetti, abitati sol tanto nella stagione estiva, conservano nelle strutture architettoniche degli edifici e nei materiali prevalentemente usati, la pietra ed il legno, nei selciati delle antiche strade 'comunali', in alcune fontane con pozzo lavatoio ed in alcune 'verginine' il fascino di tradizioni ormai dimenticate. Un caso a sé costituisce Bubbiana, un abitato citato fin dal lontano 1078, abbandonato ormai da alcuni decenni:
seppure in stato di pressoché totale rovina, conserva ancora testimonianze delle originarie strutture medievali e di una civiltà contadina ormai scomparsa. Infine, più in alto, nei pressi della cima del Poggio Torraccia alla quota di 1080 metri, sul crinale che separa la valle del Reno da quella del suo affluente Limentra, sono stati recentemente ritrovati i resti di una antica torre: questa struttura di età medievale, avrebbe fatto parte del Castrum Sambuchonis, menzionato in un inventario dei beni del comune di Pistoia databile verso il 1382.

Trascrivo una delle parti del testo relativa alla via: "Domus nostra ad honorern Dei et beati Bartholomei Apostoli, et aliorurn sanctorum omnium pro hospitalitate pauperum et receptione transeuntium et refectione singulorum et substentatione debilium et miserabilium personarum [...] hedificata est in alpibus Pistoriensibus et Bononiensibus. et ita publice appellatur in Strata Francigena publice constituta que celerius Romam et sanctum Jacobum ducit".

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