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Il Castello della Sambuca, le
mura, la rocca |
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di Nicola Giuntoli Intorno alla metà dell'Ottocento, stando all'Abate Giuseppe Tigri, «le mura più alte del Castel di Sambuca... si vedevan merlate. La sua torre pentagona di che resta appena una terza parte, in mezzo alla rocca di cinta essa pure diruta, si elevava gigante. Altre due toni, si può dire, la traguardavano dai poggi d'intorno. A ponente la così detta torraccìa; e un'altra a levante sul monte detto alla tosa, perché senza un filo d'erba. Erano esse nel medio evo altrettanti telegrafi, che dal castello corrispondevano con altre sulle cime dei monti, o con fuochi o con fumo, fino a Pistoia. |
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Aveva il castello su in alto due porte, l'una a ponente detta la pistoiese; l'altra a greco, la bolognese; e questa faceva capo giù a Pàvana, indi a Porretta, e via oltre fino a Bologna».
Questa descrizione di Sambuca è assai vicina a quella, molto più antica, contenuta in un inventano dei beni del Comune di Pistoia redatto intorno al 1382: la cinta del castello con le due porte et cum una roccha cum turri, palatiis, muris merlatìs, inclaustro, citernis et
furnis et aliis actis ad fortilitiam. E poi: Da altri documenti del XIV secolo ricaviamo particolari che arricchiscono l'immagine di questa struttura difensiva medievale: corridoi di ronda in legno di castagno alla sommità delle mura, muniti di caditoie attraverso le quali colpire, con pietre, pezzi di legno o materie incendiarie, gli assalitori. Porte e antiporte che si susseguono a difesa degli accessi al castello, alla rocca, alla torre. Nella torre alcune stanze costruite con tavole di abete, di cui una posta super focolare; letti con alcune mensole sopra il capezzale, casse d'abete grandi e piccole; un piccolo desco ed una panca, due armadi; alla sommità una loggia (solarium) fortificata per l'avvistamento. E, naturalmente, armi: otto elmi di cuoio, dodici scudi con le insegne di Pistoia sormontate da gigli, sei balestre, un migliaio di frecce. Una bandiera con lo stemma «di re Carlo» associato a quello del Comune di Pistoia. Un molino con macine senza «menatorio». Provvigioni: venti «omine» di farina di frumento, dieci «omine» di fave, due «salme» di aceto. Attrezzi vari: carrucola con canapo, un argano; un secchio di rame per il pozzo, un grande corbello, un aspo. Nella rocca rustici alloggiamenti per la truppa corredati di giacigli (lecterias) in legno di abete anch'essi, tavoli e panche; un verricello, quattro lanterne con le relative aste, una mangiatoia. E poi la casa del Comune fornita di una cisterna e protetta da logge e pareti, dotata di lecteria sommariamente arredata, di una panca per sedere, di una mangiatoia per cavalli.
Il castello, cinto di mura alte poco più di tre metri, ma poste sull'orlo di un precipizio, era accessibile, ad ovest, dalla «porta che viene di verso Pistoia» e a nord-est dalla «porta che va a Bologna». All'interno della prima cinta, nella fascia più bassa della costa su cui sorge il paese, probabilmente trovavano posto le case dei sambucani, come accade ancora oggi. Una seconda cerchia racchiudeva la «piazza della chiesa»: ad essa si accedeva per una porta sul lato est del recinto, poco sotto la «chiesa del castello», assai più piccola di quella attuale, con l'entrata sul fianco di mezzogiorno e l'altare ad oriente, dov'è oggi la porta principale. Il campanile, sull'asse longitudinale della chiesa, era collocato in fondo all'aula, in aderenza alla parete occidentale, dove si trova oggi il presbiterio. Dalla piazza ci si avviava alla rocca, attraverso la «porta del primo circuito» su cui si apriva, sul lato opposto di ponente, anche la «porta del soccorso», attraverso la quale si raggiungeva, percorrendo la «schiena della collina che va su al poggio», il Castrum Sambuchonis. Dal «primo circuito», dotato di una cisterna dell'acqua (quasi sicuramente quella tutt'ora usata come deposito di carico del l'acquedotto pubblico), attraverso due porte in rapida successione, si giungeva finalmente alla rocca, all'interno della quale si ergeva la torre alta oltre venti metri. Anche nella rocca si trovava una cisterna, per garantire il rifornimento idrico ai difensori in caso di assedio; dal recinto una porta conduceva al «rivellino», che sovrastava il piazzale della chiesa. Per una scala esterna, di legno, si entrava nella torre, anch'essa provvista, entro le mura possenti, di una cisterna.
Ma i caratteri militari dell'insediamento sono stati sopraffatti dai segni di una pacifica comunità. All'ingresso del paese, sotto un loggiato, v'è il lavatoio comune, là dove iniziava la Via Crucis che raggiungeva il Santuario della Madonna del Giglio: fra i boschi sottostanti la strada attuale alcune tracce dell'antico percorso ed i resti della «Veronica» (la sesta stazione) confermano le indicazioni contenute nel catasto granducale del 1787. In mezzo alle prime case, la fontana pubblica offre ristoro a chi si appresti ad affrontare i ripidi tornanti della strada che si inerpica per il paese. Una targa sopra di essa rammenta che «a pubblica utilità, essendo Sindaco Pietro Bettini, i castellani di Sambuca, coll'aiuto spontaneo di altri del popolo, supplendo del proprio al tenue soccorso dato dal Comune, (l')erigevano... nell'ottobre dell'anno 1885». Sulle facciate di alcune case, brandelli di insegne dipinte rinviano a botteghe e alberghi di un tempo. La piazzetta alberata, ai piedi della scalinata che conduce alla chiesa, è ancora il luogo dove si riunisce la piccola comunità. Qui, nel silenzio di un assolato pomeriggio estivo, interrotto dallo stormire lieve delle foglie, l'immaginazione può ricondurci al borgo agricolo semideserto di altre estati più laboriose. Alla chiesetta castellana si è sostituita, nella prima metà del '700, la più imponente Pieve di San Giacomo, preceduta da un porticato, eretto a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, dal quale si gode un vasto panorama della valle. Il paese è sovrastato dal cimitero, anch'esso declinante «a solatio», sorretto da poderosi contrafforti e cinto da un muro costruito con buona parte del pietrame dell'antica rocca. Su tutto svetta il campanile. La massiccia e tronca torre pentagonale entro il recinto della rocca è ancora in grado di ricordare l'antico fortilizio, soprattutto a chi raggiunga il castello da nord, percorrendo il tratto della «Via Francesca della Sambuca», che viene da Pàvana. D'inverno, col bosco spoglio, da essa e dai colli d'intorno si può ancora intuire lo sgomento degli assalitori, o il sollievo dei viandanti, alla vista della poderosa muraglia. Il tonfo sordo della «porta bolognese», che si richiudeva alle spalle, rincuorava i castellani e i pellegrini ormai al sicuro. Di essa resta, sulla cantonata settentrionale della canonica, parte di uno stipite e l'alloggiamento superiore di un cardine, costituito da un anello di pietra. Non stupisca la posizione rispetto al muro, infatti la porta era collocata perpendicolarmente ad esso, in modo da essere difesa più facilmente dal fianco.
Sul lato occidentale del Castello le mura si inerpicavano lungo il costone che, dalle prime case del paese, risale verso la rocca. Ancora oggi si può valutare l'inaccessibilità che caratterizza tutta l'area sotto il cimitero, dove la montagna è incisa da una grande conca dalle pareti a strapiombo. Il cimitero è stato costruito sullo sperone ad ovest della rocca soltanto nell' '800, a prezzo di consistenti opere di scavo nel macigno. Fino ad allora l'area su cui sorge costituiva l'inizio della «schiena della collina che va su al poggio», appena fuori della «porta del soccorso». La posizione di questa dovrebbe coincidere, oggi, con il varco attraverso il quale la strada, proveniente dal fianco della chiesa, sbocca nello spiazzo erboso che separa i resti delle fortificazioni dal camposanto. Da qui si entra nel recinto della rocca passando per un varco aperto in tempi successivi, rispetto a quelli della costruzione del Castello, quando esso, ormai, aveva perso la propria funzione militare. Luogo di scampagnate con il prato sconvolto dagli scavi archeologici condotti negli anni settanta, durante lavori di restauro della rocca, sullo spazio racchiuso si affaccia la porta a sesto acuto di accesso alla torre, sormontata da un'elegante bifora. Il troncone del mastio, che sovrasta la rocca e il paese, ha muri di circa 130 centimetri di spessore, costruiti in conci di arenaria, disposti a spina di pesce sulla faccia interna dei lati della torre. È attualmente inaccessibile a causa del dislivello esistente fra la soglia della porta e il piano del recinto sotto di essa, dove sono i resti del fondo in coccio pesto della cisterna della rocca. Gli avanzi di un'altra cisterna sono dentro la torre; le sue acque, un tempo a sostegno degli ultimi difensori del castello, bagnarono, intorno al 1770, la compagnia di buontemponi che don Pellegrino Magnanelli, «armato di stola, acqua lustra le e due pistole», guidò, «in una notte buia, e burrascosa» alla ricerca del gran tesoro che si riteneva custodito dal Diavolo. Essi, «muniti di picconi, martelli, scalpelli, ... si portarono alla Rocca, e dalla parte di tramontana, dove potevano essere meno uditi... (perché la Comune era gelosissima e non permetteva, che fosse tocco un sasso a quel patrio monumento)... dettero mano a un foro nella mura della Rocca, e sfondato il grosso muro a tali colpi [udirono] un cupo rimbombo interno, per cui speravano di essere ormai arrivati alla sospirata meta, ... raddoppiaron le forze, e davano disperati colpi, quando a un tratto, all'impensata, un colpo aveva rotto un mattone dell'interna cisterna, e le acque in quella racchiuse si apersero una via in mezzo a loro, ed il fruscio di quell'acqua, che usciva, il silenzio della notte, la paura di esser scoperti, e più la superstizione, li riempì di tale spavento che si dettero a precipitosa fuga». |
"... Si dee sapere, che i Romani chiamavano Sambuca un'alta, e gran macchina da loro usata per espugnare le Città fatta in guisa di un'alta torre, da cui scagliavano unitamente molti dardi, arieti e altre armi da lanciare, come bene lo dimostra Appiano Alessandrino nella Guerra Mitridatica ... Rimanendo situato il Castello di Sambuca in uno dei posti più forti di queste montagne Pistoiesi, ed in luogo inaccessibile, ed eminente con alte torri, e recinto di mura, ed in oltre sul passo di maggiore gelosia, e più facile a transitare nella Gallia Cisalpina in oggi Lombardia, è molto verosimile che nella estensione per questi monti della predetta Colonia Sillana fosse fabbricata la suddetta fortezza per la sicurezza di quel posto, e passo cotanto importante, e che ponessero quei coloni romani il nome di Sambuca, stante la similitudine, che teneva con l'accennata gran macchina militare Così scriveva Domenico Cini nelle Osservazioni storiche sopra l'antico stato della Montagna Pistoiese, nell'anno 1737. Alcune di queste, peraltro interessanti, notizie ed interpretazioni del Cini non sono più ritenute accettabili dagli studiosi. In particolare la derivazione del toponimo dalla macchina guerresca romana e da qui, il passo è breve, l'origine romana del Castello. Sambuca è più modestamente, ma più probabilmente, un fitonimo, derivato dal Sambuco (Sambucus nigra) un arbusto delle Caprifoliacee, comune nei boschi e nelle radure della zona. Anche la data di costruzione del Castello va posticipata di circa un millennio rispetto all'ipotesi del Cini: fa testo una charta promissionis del luglio 1055. Il Castello fu costruito intorno a tale data dal vescovo di Pistoia Martino, con lo scopo di controllare e proteggere il suo feudo al confine con i territori bolognesi e di contrastare la potente signoria degli Stagnesi, che esercitava il suo dominio sulle vicine valli della Limentra Orientale e della Limentrella. Il Castello di Sambuca ed il territorio della Limentra Occidentale, formalmente di proprietà del Vescovo, divennero presto di fatto un protettorato del Comune di Pistoia che garantì loro la protezione armata. L'espandersi dei pistoiesi provocò la reazione di Bologna, che peraltro mirava ad estendere la sua influenza fino al crinale spartiacque appenninico: la zona, per intenderci, del passo della Collina e di Pratum Episcopi (oggi Spedaletto). Le milizie dei due comuni si fronteggiarono nel periodo dal 1211 al 1219 nella zona a monte del Castello. Le ostilità ebbero fine con la pace di Viterbo del 1219: il confine fra i territori pistoiese e bolognese fu definito con una linea che da allora è rimasta invariata. Sambuca si organizzò come comune rurale e nel 1291 si diede uno Statuto, riformato poi nel 1340, che ha il primato di essere lo "statuto più antico del contado pistoiese". Nel 1306 il Castello fu preso da Filippo Vergiolesi, capo della parte bianca pistoiese, che, scacciato dalla città, qui dimorò per cinque anni. Il Vergiolesi nel 1311 vendette il Castello alla città di Pistoia per 11.000 lire: il Comune cittadino mantenne da allora nel Castello una guarnigione ed un capitano. Ciò non impedì che la forte rocca fosse costretta ad aprire le sue porte a Castruccio nel 1325 ed a Giovanni Visconti signore di Bologna nel 1351. Con la pace di Sarzana, nel 1353, la Sambuca ritornava sotto la formale signoria del Vescovo. In seguito essa divenne una delle più importanti postazioni difensive pistoiesi e successivamente fiorentine; in epoca granducale fu annessa al Capitanato della Montagna. Il Castello era posto lungo l'importante strada di attraversamento appenninico detta Via Francesca della Sambuca. Essa era una variante, un diverticolo, della Via Francigena, percorsa da pellegrini e mercanti che collegava Roma alla Francia ed a San Giacomo di Compostella. Il documento più antico conosciuto, in cui la nostra Via è citata, è una lettera circolare di Migliore, maestro e rettore dello spedale di Pratum Episcopi, databile intorno al 1250. Secondo Natale Rauty "è quasi certo che fino all'XI secolo la via, dopo aver superato il passo della Collina, proseguisse lungo lo spartiacque tra il Reno e la Limentra Occidentale, per tornare poi a valle nella zona di Sambuca e di Pàvana, lungo un tracciato in buona parte ancora esistente. A partire dall'XI secolo, quando nell'antico possesso vescovile dell'alta valle della Limentra, detto Pratum Episcopi, fu costruito l'ospizio che prese lo stesso nome (in località detta oggi Spedaletto), si cominciò a frequentare una strada di fondovalle, con attraversamento del torrente mediante guadi e qualche ponte". Questa via percorse Cino da Pistoia, giureconsulto e poeta stilnovista, per giungere a Sambuca ove trovò morta la sua donna, Selvaggia; ed i monti e le selve udirono la "voce di dolore" del Poeta:
Quel tratto della via compreso fra Pàvana e Sambuca è descritto dal cantautore Francesco Guccini, un poco ricorrendo alla sensibilità ed alla fantasia ed un poco con il soccorso del ricordo degli anni vissuti a Pàvana:"Da quel posto preciso cominciava quella via più antica, la mulattiera che va a Sambuca, che sarà stata percorsa oltre che da muli e da legne e da carichi, da preti e dame, da soldati e cavalli e lance, strepiti e voci, capitani e arcieri e balestrieri, lanzi e borgognoni, rimasti poi come famiglie. Solo cognomi, ombre, ricordi. Ci sarà passato anche Guittoncino dei Sinibuldi, o Sighibuldi, poeta e avvocato e inmorosato della sua Selvaggia morta con la peste del tre. E ora non ci si passa più, perché ogni inverno gli alberi cadono su altri alberi caduti prima, vecchiaia o gelicidi, franano i muretti e i fossi si spaccano, e le ragge abbracciano tutto, come per proteggere e nascondere". Questo frammento dell'antica via di cui Guccini scrive che "non ci si passa più", recentemente è stato riaperto; gli alberi caduti sono stati rimossi e le "ragge" tagliate; i muretti a secco, a monte ed a valle della strada, sono stati ricostruiti nei punti in cui erano franati, i selciati sono stati riattati. Ed è stato strutturato come percorso didattico, denominato La Via Francesca della Sambuca nel tratto fra Pàvana ed il Castello di Sambuca. Lungo tale itinerario sono stati posti cartelli che illustrano con sintetici testi le emergenze storiche, ambientali, naturalistiche, architettoniche che si possono osservare. Due pannelli illustrativi, uno all'inizio ed uno alla fine del percorso didattico, riportano la cartografia dell'area attraversata. Tale percorso è inserito nell'ambito dell'Ecomuseo della Montagna pistoiese, che nel Comune di Sambuca si caratterizza come Itinerario della pietra. Il possente Castello della Sambuca, è situato ad una quota di 746 metri su uno sperone roccioso, sul versante sinistro della valle della Limentra Occidentale, in posizione che era ritenuta imprendibile. Vi sono ancora riconoscibili i vari ordini di mura: in alto si alza, ancora imponente, la Rocca con la torre pentagona tronca, "di che resta" - scriveva l'abate Tigri nel 1854 -"appena una terza parte". Il paese conserva l'originaria struttura medievale: le case sono disposte su file parallele e, volte al sole del mattino, dominano dall'alto la verde valle della Limentra. Sono per lo più a quattro piani; lo sviluppo in verticale degli edifici fu la risposta architettonica alla ristrettezza dello spazio all'interno della cinta muraria ed alla sensibile pendenza del suolo. Quest'ultima caratteristica ambientale permetteva di ricavare accessi ai piani superiori delle abitazioni. La chiesa, dedicata a San Jacopo, trae origine da un rimaneggiamento settecentesco dell'originaria chiesetta castellana. Le sue strutture esterne sono state oggetto recentemente di opportune opere conservative; all'interno del tempio alcune tele, fra cui Il compianto sul Cristo morto di Pietro Marchesini (1692-1757), una copia della parte superiore di una pala di Guido Reni, sono state recentemente restaurate a cura della Soprintendenza per i beni artistici e storici di Firenze, Pistoia e Prato. Nella parte bassa del paese una bella fontana in pietra: una lapide porta incisa una scritta, con la quale i paesani tramandarono ai posteri la loro risentita protesta contro il Comune, colpevole di essere stato restio a metter mano alla borsa:" ... I CASTELLANI DI SAMBUCA - ... - SUPPLENDO DEL PROPRIO - AL TENUE SOCCORSO DATO DAL COMUNE - ERIGEVANO - QUESTA FONTE - NEL OTTOBRE DELL'ANNO 1885". Di fronte alla fontana un muretto oltre il quale strapiombano le pendici del colle: di fronte, al di là di una profonda forra, la serena visione del Convento di Santa Maria del Giglio, solitario asilo delle Suore Francescane dell'Addolorata. Il suo nucleo originario fu costruito nel 1722; divenne in seguito un conservatorio, cioè una istituzione educativa in cui si "tenevano in educazione fanciulle di buona famiglia in età prematrimoniale" e poi un orfanotrofio con annessa scuola elementare esterna. Attualmente è utilizzato come casa di riposo e centro per ritiri e convegni di carattere religioso e culturale. Nell'annessa chiesetta ottocentesca in stile neogotico è conservata una Madonna affrescata su pietra. Si tratta, secondo la tradizione, dell'antica immagine originariamente dipinta su roccia e contenuta in un rustico tabernacolo. Il Castello, così come il Convento, è collegato con strada carrozzabile alla statale 'Porrettana' che si snoda nel fondovalle, ma è consigliabile giungervi a piedi partendo da Pàvana, percorrendo il percorso didattico di cui si è detto; oppure da Taviano salendo per una ripida ma suggestiva via selciata che sale al Convento e di qui al Castello, denominata Strada della Serra nei Catasti granducali.
Le zone circostanti il Castello sono completamente boscate: cedui, castagneti, impianti di conifere. Alcuni piccoli borghi occhieggiano fra il verde dei boschi: Casale, La Capanna, Casa Sedoni, Pratopiano, Le Casette, Casa Bettini. Si trovano nella zona che nella prima metà del Duecento fu teatro della Guerra della Sambuca. I paesetti, abitati sol tanto nella stagione estiva, conservano nelle strutture architettoniche degli edifici e nei materiali prevalentemente usati, la pietra ed il legno, nei selciati delle antiche strade 'comunali', in alcune fontane con pozzo lavatoio ed in alcune 'verginine' il fascino di tradizioni ormai dimenticate. Un caso a sé costituisce Bubbiana, un abitato citato fin dal lontano 1078, abbandonato ormai da alcuni decenni: Trascrivo una delle parti del testo relativa alla via: "Domus nostra ad honorern Dei et beati Bartholomei Apostoli, et aliorurn sanctorum omnium pro hospitalitate pauperum et receptione transeuntium et refectione singulorum et substentatione debilium et miserabilium personarum [...] hedificata est in alpibus Pistoriensibus et Bononiensibus. et ita publice appellatur in Strata Francigena publice constituta que celerius Romam et sanctum Jacobum ducit".
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