storie Il Territorio della Sambuca e le vallate delle Limentre attraverso i secoli

di Natale Rauty
in "Dizionario Toponomastico del Comune di
Sambuca Pistoiese
"
Società Pistoiese di Storia Patria 1993

Il territorio del Comune della Sambuca Pistoiese, che oggi fa parte della Provincia di Pistoia, si estende interamente sul versante settentrionale dell'Appennino, nelle alti valli del Reno e dei tre affluenti, Limentra, Limentrella e Limentra orientale. Questa anomala situazione di un territorio toscano, geograficamente appartenente al bacino adriatico ed alla regione emiliana, risale al VII-VIII secolo, quando i Longobardi, dopo aver occupato Pistoia, avanzarono verso nord superando il crinale appenninico per fronteggiare il limes bizantino che dal Mugello al Frignano sbarrava la via verso Bologna con una serie di castelli e di fortificazioni fisse.

La penetrazione longobarda interessò le vallate delle tre Limentre con insediamenti di gruppi armati che avevano il loro punto più avanzato nella zona di Stagno (oggi in territorio bolognese). Da allora tutta questa fascia appenninica fu aggregata alla iudicaria Pistoriensis, essendo la città di Pistoia sede del gastaldo longobardo e base logistica del fronte strategico.

Dopo l'occupazione di Bologna da parte di Liutprando (727), il limes bizantino fu arretrato verso levante, ma i numerosi gruppi di stirpe longobarda, ormai stabilmente stanziati in queste vallate, continuarono a godere dei beni fondiari del demanio regio che erano stati loro concessi quale corrispettivo del servizio di scolte armate. Un secolo più tardi, dopo la fine del regno longobardo, i nuovi sovrani carolingi cedettero buona parte dei beni demaniali a signori laici ed ecclesiastici secondo le regole del beneficio feudale. Grandi concessioni ebbe anche il vescovo di Pistoia nella fascia di territorio che dal Reno arriva al Sambro; ma agli inizi del XII secolo la maggior parte di questi possessi appenninici erano già perduti. Solo il grande feudo della vallata della Limentra, che nel 998 era stato confermato dall'imperatore Ottone III al vescovo Antonino, ebbe una sorte diversa.

Centro amministrativo del feudo era la villa de Pavana; ma alla metà dell'XI secolo il vescovo Martino avviò la costruzione del castello della Sambuca, che nel 1055 gli uomini della vallata s'impegnarono a difendere con una solenne charta fidelitatis. Nonostante questo impegno ed un successivo atto di garanzia dei signori di Stagno, la situazione non rimase tranquilla, tanto che agli inizi del XII secolo gli abitanti della Sambuca s'impossessarono del castello con la forza. La questione, portata nel 1104 davanti al tribunale di Matilde di Canossa, fu risolta a favore del vescovo, del quale furono riconosciuti gli antichi diritti.

Con l'istituzione del Comune di Pistoia, che risale al 1105, si determinò una situazione nuova per il feudo vescovile della Sambuca, ed in particolare per il castello che rappresentava un insostituibile punto di difesa del confine settentrionale del territorio pistoiese. Questa funzione strategica della Sambuca apparve di chiara evidenza quando nel 1211 scoppiò la guerra tra Pistoia e Bologna. Nel corso delle operazioni il Comune di Pistoia occupò militarmente il castello ed il territorio circostante, riuscendo a fronteggiare e poi a sconfiggere le truppe bolognesi che cercavano di penetrare in val di Limentra. La guerra, conclusa con la pace del 1219, ebbe due conseguenze importanti: in primo luogo furono aggregati in via definitiva al districtus pistoiese i territori di Treppio, Torri, Monticelli e Fossato, cioè le vallate della Limentrella e della Limentra orientale; in secondo luogo furono nuovamente e solennemente riconosciuti i diritti del vescovo di Pistoia sul castello e sul territorio della Sambuca.Nonostante la conferma della signoria vescovile, il Comune di Pistoia mantenne una sorta di protettorato sul feudo della Sambuca, istallando un contingente militare nel castello e nominando un proprio podestà con funzioni politico-giudiziarie. Verso la metà del secolo, con l'appoggio di Pistoia, gli uomini della Sambuca dettero forma ad un primo ordinamento comunale con la nomina di quattro «consules comunis Sambuce et Pavane»; ma il territorio rimase ancora formalmente escluso dal districtus pistoiese, del quale facevano ormai parte, a pieno titolo, le comunità rurali di Torri e Treppio. Da una charta fidelitatis del 1286 risulta infatti che 230 uomini del castello e della vallata erano ancora sottoposti, almeno formalmente, alla signoria feudale del vescovo, al quale rinnovarono giuramento di fedeltà. Di questa situazione, nella quale l'autonomia comunale era fortemente condizionata dai diritti signorili, costituisce preziosa testimonianza lo statuto che la comunità della Sambuca fece redigere nel 1291, uno dei più antichi statuti rurali della Toscana, del quale è sopravvissuta una copia integrata e riformata nel 1340.

Solo nel Trecento il Comune di Pistoia riuscì ad aggregare a pieno titolo il castello ed il territorio della Sambuca al proprio districtus. Nel 1311 acquistò per undicimila lire il castello che era stato occupato da Filippo Vergiolesi capo di parte bianca, fuggito da Pistoia dopo l'assedio del 1306. Più tardi, nel 1368, con un atto di permuta, acquistò tutti i diritti (omnesius, potestatem autorictatem et baliam) che già erano stati del vescovo". Il castello divenne un caposaldo difensivo del confine settentrionale non solo del territorio pistoiese, ma della stessa Repubblica fiorentina, alla quale Pistoia era in quel tempo politicamente subordinata. Così nel 1373 furono nominati due castellani della rocca ad honorem partis guelfe et populi et comunis Florentie. Dopo la definitiva sottomissione di Pistoia a Firenze (1402), anche i comuni rurali di Sambuca, Treppio e Torri entrarono a far parte della Repubblica fiorentina.

Nel periodo granducale questo territorio montano fu diviso amministrativamente in due parti distinte. La Sambuca fu aggregata al Capitanato della Montagna di Pistoia, che aveva il suo centro nei castelli di San Marcello e Cutigliano, in vaI di Lima; mentre le comunità di Treppio e Torri furono comprese nella Potesteria di Montale e di Agliana. La lontananza dei centri amministrativi dell'una e dell'altra zona aggravò l'isolamento che già la posizione geografica assegnava a questi territori. Solo nel 1824 i popoli di Torri, Treppio e Pian del Toro (oggi Monachino), furono riuniti nel Comune della Sambuca.

immagine di Maria ancora oggi venerata nella  chiesa di Treppio in una stampa del XVIII secolo Da allora in poi si ebbe una lenta ma costante ripresa demografica, che proseguì addirittura fino agli inizi del 1900, alla vigilia della prima guerra mondiale; ma l'assetto del territorio rimase sostanzialmente quello del periodo medievale, anche se naturalmente si aggiunsero qua e là nuovi villaggi ed altri piccoli campi furono strappati al bosco circostante. Dall'analisi, anche sommaria, dei registri del Catasto granducale tra il Cinque ed il Settecento, l'assetto del territorio appare caratterizzato da un notevole frazionamento delle zone agrarie e forestali, con campi e boschi molto spesso di piccole dimensioni (tutti indicati con uno specifico toponimo), appartenenti a famiglie del luogo, che quasi sempre abitavano in case di loro proprietà.

Era in sostanza una società di piccoli, talvolta di piccolissimi proprietari coltivatori, che traevano ogni reddito dall'agricoltura, dall'allevamento del bestiame (grosso o minuto) e dallo sfruttamento delle selve di castagni. Significative sotto questo profilo sono le «portate» del Catasto fiorentino del 1427 di alcuni abitanti del castello della Sambuca, delle quali si riportano di seguito due esempi:

Giovanni di Rinaldo:

due pezzi di terra tra prati e lavoratia chasetta posta in detto chastello
più pezzi di castagneti posti in detto popolo una capanna da fieno in detto popolo
un paio di buoi una muletta
venti tra chapre e pechore [..] tra porci e porcellini.

Domenicho di Nanni:

4 pezzi di terra tra soda e lavoratia
2 pezzi di chastagneti
1 pezuolo di vigniolo
1 pezo di prato
1 asino
1 chapra
1 chasa posta in detto chastello
1 chapannetta fuori del chastello.

Un'agricoltura povera, ma forse per questo meno soggetta alle ricorrenti carestie che affliggevano zone di più elevata produttività. Una società che però, chiusa in un territorio lontano ed isolato dai centri di produzione e di mercato, non trovava stimoli di rinnovamento e che per secoli conservò il suo carattere d'isolamento e di autarchia.

In questa situazione di sostanziale autosufficienza e priva di elementi negativi (guerre, epidemie, carestie), la popolazione registrò un lento, naturale incremento. L'apertura nel 1847 della nuova strada rotabile Pistoia - Bologna, che sostituì la medievale Strada francigena della Sambuca, migliorò le condizioni generali, almeno per la vallata della Limentra, ma non modificò sostanzialemte il trend economico e demografico. Solo agli inizi del XX secolo, specialmente dopo il primo dopoguerra, questi territori uscirono a poco a poco dal loro isolamento, sia per effetto delle profonde mutazioni della società e del l'economia, sia per la sempre maggiore e più facile circolazione di uomini e di merci. A contatto con un mondo che rapidamente mutava i suoi connotati e presentava nuove occasioni di lavoro e di guadagno, l'arcaico sistema agro-forestale della Sambuca entrò in crisi.

A partire da questo periodo ha inizio una tendenza migratoria rapidamente progressiva. Basti considerare che il numero dei residenti, che nel 1911 era di 7.167, si era ridotto nel 1936 a 4.764 unità, con una flessione del 34 per cento. Ma è nell'ultimo dopoguerra che il crollo demografico accelera la sua marcia. Negli ultimi cinquanta anni, dal 1941 al 1991 la popolazione si è ridotta ad un terzo, passando da 4.668 abitanti a 1.641. Estremamente differenziata è oggi la distribuzione della popolazione residente: basti dire che la densità per chilometro quadrato varia dai 144 abitanti della frazione di Pavana ai tre della frazione di Torri-Monachino.

 

Una serie di documenti del XIII secolo permettono di calcolare, se pur con inevitabile approssimazione, il numero degli abitanti delle vallate delle Limentre. Attorno al 1244, le comunità rurali di Torri e di Treppio (vallate della Limentra orientale e della Limentrella) contavano rispettivamente 53 e 38 nuclei familiari corrispondenti complessivamente a circa 450 abitanti. Da una charta fidelitatis del 1286 si ha poi notizia della presenza di almeno 180 nuclei familiari nella vallata della Sambuca, con un totale quindi di circa novecento persone. Sulla base di questi dati, che almeno per la vallata della Limentra sono probabilmente incompleti, il numero complessivo degli abitanti di questi territori non era certamente inferiore alle 1350 unità, cifra non molto lontana dal risultato del censimento del 1991 (1641 residenti). L'incremento demografico che si era verificato nel XIII secolo, dopo la guerra contro Bologna e la definitiva annessione delle vallate a Pistoia, impose un maggior sfruttamento agricolo del terreno, specialmente nelle zone meno acclivi e meglio esposte all'insolazione. Sorsero così nuovi villaggi, attorno ai quali il terreno diboscato fu utilizzato per la coltivazione di cereali, legumi e foraggio. I boschi ed i prati di alta quota, in parte comunali, offrivano la possibilità di pascolo, del taglio della legna, della raccolta delle castagne, cardine essenziale dell'alimentazione della gente di montagna. Di questo quadro agricolo-forestale del territorio offre testimonianza anche lo statuto del Comune di Sambuca del 1291, nel quale si trovano specifici riferimenti ai terreni comunali (prostimae) ed all'attività agro-pecuaria e forestale della popolazione.

Nello stesso periodo le terre già soggette ai diritti feudali del vescovo di Pistoia erano di fatto suddivise in numerosi piccoli appezzamenti posseduti dagli stessi valligiani. Forse il vescovo aveva avviato una generalizzata politica di concessioni livellari, oppure - come è più probabile - vi era stata una progressiva occupazione abusiva delle terre, come nel XII secolo si era verificato in tante altre zone del territorio pistoiese.

grafico della popolazione residente nel comune dal 1861 al 1991 Nello stesso periodo sono stati abbandonati molti villaggi, alcuni dei quali recentemente recuperati per abitazioni estive, soprattutto là dove sono state aperte nuove strade rotabili di accesso. Altri sono ormai in totale rovina, come Cavallino vecchio, Ciliegiola, Bubbiana.

Quattro villaggi deserti (Case Balli, Case Sarti, Pastoraio, Pesale) sono stati occupati da comunità di giovani di diverse nazionalità, che ricercano un tipo di vita primitiva, naturale, con rinuncia alle comodità della società moderna, ma anche ai suoi condizionamenti. Queste comunità, che si definiscono «Popolo elfico della valle dei burroni», tendono all'autosufficienza nelle necessità individuali e di gruppo, praticando in piccola scala l'allevamento e l'agricoltura.

Nell'intero territorio i campi sono stati per la maggior parte abbandonati ed il bosco, sia per espansione naturale, sia per effetto di nuove piantagioni (soprattutto di conifere) ha riconquistato molte zone che nel Medioevo erano state diboscate e messe a coltura. La superficie a bosco ed a castagneto, che nel 1838 raggiungeva il 66% e nel 1955 era del 75%, oggi supera il 90%.

Per un territorio vasto come quella della Sambuca Pistoiese (77,54 kmq) è stato ritenuto opportuno indicare, per ogni toponimo, la frazione geografica di appartenenza, in modo da fornire una immediata, anche se approssimata localizzazione.

gruppo di emigrati pavanesi in Svizzera prima del 1910, lavoravano in un miniera di carbone La ripartizione del territorio comunale in frazioni risulta ben definita dalla cartografia del Catasto granducale del 1787, ma oggi, non avendo le frazioni un riconosciuto ruolo istituzionale, manca un loro elenco ufficiale ed una sicura definizione dei rispettivi confini. Prova ne sia che gli stessi dati dei più recenti censimenti (1951-1991), unici documenti ufficiali che tengono conto delle «frazioni geografiche», registrano in questo campo varianti di non lieve entità. Basti dire che nei censimenti dal 1951 al 1971, il territorio comunale era suddiviso in dieci frazioni (Campeda, Frassignoni, Lagacci, Monachino, Pavana, Posola, Sambuca, San Pellegrino, Torri, Treppio), mentre nel 1981 le frazioni sono ridotte a otto, in quanto Campeda e Posola (già spopolate nel 1971, rispettivamente con 25 e 18 abitanti) sono state aggragate alla Sambuca. Si sono inoltre verificate anche variazioni di confini. Così, per esempio Casa Bettini, Pratopiano e le Casette, attribuite alla Sambuca ab antiquo e fino al 1971 anche dai referti del censimento, risultano invece nel 1981 aggregate a Pavana in quanto a quel centro sono oggi collegate da una nuova strada asfaltata.

In questa situazione si è preferito privilegiare il carattere «geografico» delle frazioni, mantenendo la ripartizione del territorio comunale in sette frazioni, come nel Catasto granducale, definite fin dove possibile da confini geografici ben individuabili (crinali e corsi d'acqua) e corrispondenti a quelli utilizzati per le operazioni di censimento ed anche a quelli della cartografia granducale.


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