Nel primo ventennio del XIII secolo il prolungato stato di guerra, contro i Guidi prima e contro Bologna poi, aveva permesso a Pistoia di accentuare la presenza militare nel castello della Sambuca, alterando a suo favore quel delicato equilibrio che nel secolo precedente era stato raggiunto tra il diritto feudale del vescovo e la protezione attiva del comune cittadino. Evidentemente per tutto il periodo della guerra, Pistoia aveva considerato la Sambuca come un proprio castello, disponendone senza alcuna interferenza vescovile, come punto forte dello schieramento. D'altra parte lo stesso vescovo aveva tutto l'interesse a favorire la presenza militare del comune, unica sua difesa contro le rivendicazioni territoriali di Bologna.

Un singolare documento, di poco posteriore alla pace di Viterbo, ci offre alcune preziose testimonianze sulla presenza di armati nel castello e sui lavori che furono fatti per consolidare le sue fortificazioni. Le testimonianze sono quelle rese da un certo numero di abitanti di altri feudi vescovili, in particolare Lamporecchio e Batoni, i quali erano stati chiamati nel 1221 a deporre nel corso dell'istruttoria per la lunga vertenza tra vescovo e comune di Pistoia, alla quale si è già accennato. Per confermare la loro diretta soggezione al comune e non al vescovo, questi testimoni ricordarono il servizio civile e militare da loro prestato. Cinque testimoni, tre di Lamporecchio, uno di San Baronto ed uno di Batoni, dichiararono che negli anni passati dalle loro località erano stati mandati uomini «a difendere la Sambuca». Più preciso fu Guarniero da San Baronto, secondo il quale «furono mandati dieci balestrieri per difendere la Sambuca nell'interesse del comune di Pistoia, quando i Bolognesi cavalcarono contro quel castello». Altri testimoni riferirono che gli uomini dei loro villaggi erano stati precettati dal comune per i lavori di fortificazione della Sambuca. In qual che caso si parla genericamente di interventi «ad elevandum», oppure «ad murandum» ma vi sono anche espliciti riferimenti alla costruzione del muro del castello ed allo scavo del fossato.

E' evidente, anche da queste testimonianze, che lo sforzo bellico era stato concentrato sul castello della Sambuca, l'unico della zona delle Limentre ricordato in questa serie di documenti. La prolungata presenza di truppe deve aver accentuato il rapporto diretto tra la popolazione della vallata e le autorità pistoiesi, attenuando invece - almeno di fatto - il potere vescovile. Questa particolare situazione dette nuova forza a quel sentimento d'insofferenza che i valligiani della Limentra avevano da sempre dimostrato verso il vescovo, e che già nei secoli precedenti aveva portato a momenti di vera e propria rivolta.

Erano infatti passati appena quattro anni dalla pace di Viterbo, quando si verificò un nuovo episodio di ribellione. Questa volta furono gli abitanti di Pavana a tentare di liberarsi dal dominio feudale del vescovo di Pistoia, avendo in animo di staccarsi addirittura dalla Sambuca per aggregarsi al territorio bolognese. Bologna, naturalmente appoggiò subito la richiesta dei pavanesi e nel novembre 1223 inviò alcuni ambasciatori a Pistoia per trattare la questione. E significativo, però, che i delegati bolognesi non si siano rivolti al vescovo, ma al podestà, riconoscendo di fatto la sua giurisdizione su queste terre. Le argomentazioni e le richieste di Pavana, sostenute da Bologna, erano esplicite. Si sosteneva infatti che Pavana era terra autonoma («terra per se»); che da almeno due secoli nominava i suoi consoli ed aveva la sua curia; che incassava i diritti di transito sulla strada; che esisteva da prima della fondazione della Sambuca. Le conclusioni erano che né il vescovo né la Chiesa pistoiese avevano alcun diritto su Pavana, la quale apparteneva al comune di Bologna. Naturalmente il podestà di Pistoia respinse tutte le argomentazioni e le richieste, affermando che «gli uomini di Sambuca e Pavana erano uomini del vescovo di Pistoia, al quale spettava su queste terre la giurisdizione civile e criminale». Di fronte a questa precisa presa di posizione i Bolognesi non seppero insistere, in quanto una loro ulteriore azione avrebbe violato i patti della pace della Viterbo.

Il vescovo ebbe così, ancora una volta, partita vinta; ma ormai il suo potere ed i suoi diritti erano strettamente condizionati dalla protezione del comune di Pistoia che, a questo punto, volle formalizzare anche dal punto di vista istituzionale la sua presenza nella val di Limentra. Non abbiamo una specifica documentazione in merito, ma dalle notizie posteriori appare evidente che Pistoia favori la costituzione del comune rurale di Sambuca, così come si era da tempo verificato per gli altri centri abitati del districtus; ma impose la presenza in loco di un podestà e di un custode del castello. Già alla metà del secolo XIII questa circostanza è ben documentata. Nel 1253, tra i castelli di cui i magistrati pistoiesi avevano la custodia, era compreso anche quello della Sambuca mentre nel 1256 il «comune della Sambuca» era retto dal podestà pistoiese Bonvassallo Federighi. Il rapporto tra il comune rurale e la città dominante era nei fatti abbastanza chiaro; non altrettanto chiaro lo era dal punto di vista del diritto. Prova evidente di questa situazione anomala è la mancanza della Sambuca nell'elenco dei 124 comuni rurali del districtus pistoiese, redatto intorno al 1244.

Verso la metà del secolo XIII il vescovo, il cui ruolo di signore feudale rimaneva sempre più in secondo piano rispetto all'ingombrante presenza politica e militare del comune di Pistoia, richiese un formale atto di riconoscimento dei propri diritti, che fu redatto appunto all'epoca del podestà Bonvassallo. Nel novembre 1256 fu prestato infatti un nuovo solenne giuramento di fedeltà al vescovo. A tal fine si erano riuniti nella chiesa del castello, alla presenza del podestà, alcuni consiglieri del comune di Sambuca ed altri uomini «di Sambuca e di Pavana, distretto di Sambuca», in rappresentanza di tutte le persone del comune. I presenti dichiararono di «essere sudditi fedeli di Guidaloste, per grazia di Dio vescovo di Pistoia, e di essere soggetti alla sua giurisdizione, sia criminale che civile». Inoltre «toccando con la mano il libro del santo Vangelo, giurarono fedeltà a Guidaloste», promettendo di osservare qualsiasi ordine che fosse stato dato loro dal vescovo o da un suo delegato. Alcuni uomini del castello, che erano assenti alla solenne cerimonia, dovettero venire a Pistoia, dove il 1° dicembre dello stesso anno prestarono lo stesso giuramento nel palazzo vescovile.


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